Le prime crisi

“Io e le mie paure”, mio disegno fatto grazie
alla proposta della mia amica esperta.
È difficile dire
quando ebbe inizio tutto, ma la prima volta che ho dovuto incontrare degli
psichiatri e assumere psicofarmaci per guarire è stato a causa di un’altra droga
(LSD) che mi ha scatenato un delirio durato diversi mesi. Ho scoperto solo più tardi
di avere già avuto altre crisi precedenti che mi erano, però, passate da sole.
Ad esempio, la
prima volta che tornai a casa, in Argentina, dopo aver vissuto per un anno e mezzo
in Italia. Era il 1997, la prima diagnosi me la fecero nel 2008. Tornavo con un
sacco di cose da risolvere: dovevo decidere dove vivere, venivo da una gran frustrazione
perché non avevo superato la selezione della scuola di Teatro di Bologna nella
quale avevo riposto tutte le mie speranze. Inoltre, volevo riprendere il rapporto
con mio padre che col tempo si era fatto sempre più distante. Con tutto quel
carico addosso la prima sera a Rosario siamo andati in un parco con la famiglia
del mio ragazzo, da cui ero stata separata durante tutto quel tempo, ci
dondolavamo tutti tuttu insieme
in un’altalena collettiva di legno ed ad un tratto salii su un albero, con cui sentii
una profonda connessione e comunicazione, lo abbracciai, mi sdraiai sui suoi
rami, saltai. Mentre contemplavo l’effetto dell’aria e della luce sulle foglie
Gustavo, il mio fidanzato di quell’epoca (il grande amore romantico idealizzato
condito da un anno e mezzo di separazione oceanica), si avvicinò e mi disse che
avevo lo sguardo da pazza. Quella frase mi fece entrare in una paranoia colpevole:
pensavo di poter fare impazzire chi parlava con me e avevo paura di esser impazzita.
Tutto ciò durò parecchio tempo, pensavo che la TV parlasse di me quando diedero
il film su Lady D. Finalmente mi passò quando andai in viaggio in autostop con
Gus in Patagonia, anche se per un po’ di tempo continuai ad avere fantasie di
manipolazione soprattutto da parte di uomini. Penso che essendo più sensibili,
ciò si percepisca con maggior intensità perché, anche se lo soffriamo costantemente
nella nostra propria cultura patriarcale, in genere siamo come immunizzate attraverso
dei meccanismi maschilisti interiorizzati.
Adesso faccio
rivendicazione politica e sbandiero provocatoriamente la mia follia insieme a
gruppi di mattu orgogliosu,
ma a quell’epoca non ero così: la “gente comune” ha molta paura della pazzia.
Si è soliti dire “sei matto?” quando qualcuno esagera o fa cose strane; si attribuiscono
alla follia azioni criminali; gli psicopatici sono per il senso comune estremamente
pericolosi, etc. Io cerco sempre di oppormi a questi commenti, dichiarandomi matta
pubblicamente ed invitando a pensare chi si esprime così, ovvero la maggior parte
delle persone. Forse lo ripeterò, ma anche se ho avuto delle crisi non sono
quasi mai stata violenta (solo una volta ho morso un’infermiera, stando a
quello che mi hanno raccontato nell’ospedale dove mi hanno legata). Non è che
la malattia ti trasformi, ma elimina le barriere e permette di far emergere
quel che ogni persona ha potenzialmente. Io avevo l’egocentrismo onnipotente e
il senso di colpa.

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